Pensioni, spunta il salva giovani. Il governo: minima a 650 euro

18 luglio 2017 Lascia un commento

Pensioni, spunta il salva giovani. Il governo: minima a 650 euro

L’ipotesi per chi ha 20 anni di contributi. Anticipo, boom di domande
di CLAUDIA MARIN
Pubblicato il 17 luglio 2017 ore 23:49

Roma, 18 luglio 2017 – Pd e governo puntano sulla pensione di garanzia per i millennials. Proprio nel giorno in cui l’Inps certifica il boom dell’Ape social e del pensionamento anticipato per i precoci (oltre 66mila domande), i vertici dem, nel summit del Nazareno con i leader di Cgil, Cisl e Uil, aprono alla proposta di un trattamento minimo per i giovani che uno dei consiglieri di Palazzo Chigi più ascoltati in materia, Stefano Patriarca, fissa in 650 euro mensili con la possibilità di arrivare fino a 1.000. Restano invece più distanti, ma fino a un certo punto, le posizioni tra sindacato, esecutivo e Pd sul nodo dell’innalzamento dell’età pensionabile a 67 anni dal 2019, col presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, che si mostra quantomeno recalcitrante verso lo stop all’incremento dei requisiti: «Noi pensiamo che si debba parlare di un’altra questione che è l’equità generazionale in questo Paese». E, d’altra parte, governo e Pd punterebbero su un blocco selettivo in relazione alla faticosità dei lavori.

Il cantiere pensioni, dunque, si riapre tra Nazareno, Palazzo Chigi, Via Veneto e i tre sindacati. E, alla fine dell’incontro con Susanna Camusso, Carmelo Barbagallo e Annamaria Furlan, tocca a Maurizio Martina, ma soprattutto all’ex sottosegretario Tommaso Nannicini e al ministro Giuliano Poletti tirare le somme. Il vice di Renzi dà la linea a un vertice che non a caso si intitola ‘Non è una pensione per giovani’: «La previdenza delle future generazioni è una emergenza con non possiamo rimandare». È Nannicini, però, a entrare nel merito dei molteplici capitoli aperti: «Il Pd farà una proposta, che studieremo e approfondiremo, sulla pensione di garanzia per i giovani, con un reddito minimo e per rivedere il meccanismo di adeguamento automatico dell’età pensionabile» con soluzioni diverse per tra chi sta totalmente nel contributivo e chi no, tenendo conto anche «delle diverse aspettative di vita» come previsto nel verbale d’intesa sulla fase uno, visto che non tutti i lavori sono uguali. Poletti aggiunge: «Abbiamo molte cose da fare nella fase 2. Ridurre le penalizzazioni per donne e giovani, per cominciare». Due spunti che rinviano, da un lato, sempre alla pensione minima per i giovani e, dall’altro, alla riduzione degli anni di contribuzione richiesti alle donne per l’accesso all’Ape social.

Ancora più nel dettaglio entra Patriarca: l’obiettivo è introdurre anche nel sistema contributivo, in cui ricadono completamente le generazioni più giovani, «un minimo previdenziale, come nel retributivo, pari, si può immaginare, a 650 euro per chi ha 20 anni di contributi, che possono aumentare di 30 euro al mese per ogni anno in più fino a un massimo di mille euro». Una soluzione per i millennials, ma anche per i 40-45enni.

Ma non basta. Sempre Patriarca traduce più operativamente le indicazioni di Nannicini: Si tratta di «modificare i parametri» che legano l’uscita all’importo e pensare a «un sistema di redditi ponte» attraverso l’Ape sociale, quello volontario e la previdenza integrativa. Un modo, spiega, per «gestire l’innalzamento dell’età», flessibilizzando e differenziando. Senza contare che occorre riflettere su «un fondo di solidarietà per il sostegno alle basse contribuzioni».
Soddisfatti, al dunque, Furlan e Barbagallo delle aperture del Pd e del governo sulla fase 2; più problematica la Camusso, che considera dirimente il blocco dell’aumento dell’età pensionabile.

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Tra trame di potere e veleni il percorso a ostacoli del Papa che mangia in un angolo

17 luglio 2017 Lascia un commento

Tra trame di potere e veleni il percorso a ostacoli del Papa che mangia in un angolo

05 Luglio 2017.

“Nel ristorante a Casa Santa marta, residenza papale dentro le mura vaticane, da qualche mese e’ stata notata una piccola, significativa novità. Il tavolo di Francesco non e’ più al centro della sala. Ora si trova in un angolo, e Bergoglio mangia con pochi, selezionati commensali, dando le spalle al resto del locale”. Si conclude così un lungo articolo di uno dei giornalisti che più ne sa delle cose vaticane, Massimo Franco, sul Corriere. E quel dare le spalle alla sala suona un po’ come darle a tutta quella Curia Romana, che non smette di ostacolarlo nella sua azione riformatrice, basata su un agenzia chiaramente progressista. E’ una chiusura che da’ bene il senso all’articolo, che così inizia: “Il rosario delle teste cadute nelle ultime settimane racconta un Vaticano non ancora stabilizzato a oltre quattro anni dall’inizio del pontificato di Jorge Mario Bergoglio. Questo ottantenne, il Papa che viene dall’altro mondo, che si e’ messo in testa di cambiare radicamenti tutta la Chiesa romana. Un gesuita, la prima volta per un Papa, con anche lo spirito animatore del gesuiti, parlare con tutti a decidere poi in solitudine, esercitando appieno tutto il potere di cui si dispone. Non poteva piacere a quella Curia romana arroccata da sempre nei suoi privilegi ed anche custode della tradizione cattolica. Quindi questi quattro anno sono trascorsi tra trame di potere e veleni. Ultimi casi le teste cadute, seppur per diversi motivi, ultimamente in rapida successione. Libero Milone, un laico chiamato a Revisore generale del Vaticano per risanarne le finanze, ha aperto la strada, Un protetto del cardinale Giorgio Pell, potentissimo cardinale australiano, anche lui addetto a mettere a posto la cassa. Accusato di vecchi reati di pedofilia e’ stato costretto a lasciare, con grande soddisfazione papale, che nonn poteva più del “canguro”. Così’ soprannominato per la sua capacita’ di sapersi districare nelle stanze del potere. Un vecchio conservatore. Quanto a Milone alla faccia della lotta alla mondanità di Francesco prendeva ben 20 mila euro al mese. Un po’ troppo per quella che doveva essere anche una missione. Terzo caduto nella polvere, un altro conservatore, il cardinale Muller, tedesco, al quale dopo cinque anni non e’ stato rinnovato l’incarico che e’ uno dei cardini della Chiesa, la guida della Congregazione per la dottrina della fede. Ministero, tanto per fare capire, che fu guidato da Papa Ratzinger prima di salire al soglio pontificio. Muller e’ sempre stato critico tenace di Bergoglio sul piano teologico. Ed ora può diventare, secondo venticelli vaticani, la bandiera degli oppositori al Papa. Spiega un cardinale: “E’ già il punto di riferimento degli episcopati dell’Europa dell’est, dell’Africa ed in parte del Nord America”. Tutti conservatori. Al suo posto arriva un altro gesuita, molto vicino a Francesco, lo spagnolo, Luis Francis Ladaria Ferrere, anche lui pero’ sfiorato da accuse di pedofilia. Quel clima di mistero, a volte di opacita sta avvolgendo molte delle recenti vicende. Tra l’altro vengono fuori anche potenti veleni. Su alcuni siti conservatori si leggono storie romanzate di personaggi legati al mondo degli aiuti della Cei al Terzo Mondo, entrati in contatto con Bergoglio, quando era vescovo in Argentina. Un clima che non aiuta certo il processo riformatore che segna una pausa in attesa che l’aria si rinfreschi. Ed il Papa che fa, oltre a mangiare in solitudine? Si coccola la sua grande polarità ed il suo carisma personale che gli fanno scudo da qualsivoglia attacco sia esso seriamente motivato teologicamente da una diversa visione del ruolo della Chiesa o solo frutto di subdole lotte di potere, e ricorre a san Giuseppe: “Se c’e’ un problema, io scrivo un biglietto a san Giuseppe e lo metto sotto la statua che ho in camera mia E’ la statua di Giuseppe che dorme. E ormai lui dorme sotto un materassa di biglietti”. Lo racconto’ Francesco in un’intervista al Corriere lo corso febbraio. Da allora quel simbolico materasso si deve essere molto ispessito.

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“Il pizzo degli ufficiali della Marina Militare come quello della criminalità organizzata”.

16 luglio 2017 Lascia un commento

[Esclusiva] “Il pizzo degli ufficiali della Marina Militare come quello della criminalità organizzata”. L’inchiesta choc
Le carte della Procura di Taranto: «Le attività di indagine – spiega il Pm Maurizio Carbone – hanno accertato l’esistenza all’interno della base militare navale di Taranto di un sistema corruttivo ben collaudato e risalente nel tempo, tanto da coinvolgere in gravissime, plurime e reiterate condotte illecite numerosi comandanti di reparto che nel tempo si alternavano al comando del cosiddetto “sistema del 10%” con riferimento alla percentuale di tangenti che sistematicamente applicavano agli imprenditori sul valore degli appalti per beni e servizi agli stessi affidati»

di Guido Ruotolo, inviato a Taranto
È la maledizione della città dei Due Mari. Per ogni appalto, commessa, fornitura che la base della Marina militare doveva (ma forse ancora deve) attivare, c’è una tangente del 10%. Stiamo parlando di almeno una decina di milioni di tangenti finora accertate. La maledizione sta nel fatto che anche i nuovi arrivati, gli ufficiali che hanno preso il posto dei vecchi arrestati o indagati, sono stati a loro volta arrestati. Per concussione. Scrive il gip: «Chiedevano il pizzo con brutale e talora sfacciata protervia alla stessa stregua della malavita organizzata».

C’è una intercettazione che rivela lo spessore criminale di Giovanni Di Guardo, spedito da Roma, dallo Stato Maggiore, nel luglio del 2015, a Taranto, quale nuovo direttore di Maricommi Taranto, la base navale, proprio in sostituzione degli ufficiali che erano stati coinvolti nella precedente indagine.

Di Guardo parla con un imprenditore quando non ha ancora preso possesso del suo nuovo incarico: «Quando io vengo fisicamente con i mobili, con le valigie da Roma, ti dovresti far trovare al casello a Massafra, prima ancora che apro la bocca: “scusa questo è…quello che ti devo dare”, a Massafra. Cioè ancora io manco so dov’è, devo ancora arrivare a Taranto, ad aprire la casa. Una persona minimamente intelligente… per cui tu rientri nel giro, allora, c’è Valeriano, c’è Gianni e c’è pure Piero».

Chiaro? Prima ancora di arrivare a Taranto, l’ufficiale della Marina vuole che l’imprenditore gli porti i soldi a Massafra, alle porte della città.

Quello che era il fiore all’occhiello di Taranto, che aveva una spiccata vocazione marinaresca prima che arrivasse, nel 1965, l’Italsider, e cioè il comparto della Marina Militare con la sua base e l’Arsenale, si sta rivelando un corpo malato con un cancro da estirpare il prima possibile.

L’indagine
«Le attività di indagine – spiega il Pm Maurizio Carbone – hanno accertato l’esistenza all’interno della base militare navale di Taranto di un sistema corruttivo ben collaudato e risalente nel tempo, tanto da coinvolgere in gravissime, plurime e reiterate condotte illecite numerosi comandanti di reparto che nel tempo si alternavano al comando del cosiddetto “sistema del 10%” con riferimento alla percentuale di tangenti che sistematicamente applicavano agli imprenditori sul valore degli appalti per beni e servizi agli stessi affidati».

Gli arresti
Dal 2013 ad oggi ci sono state già tre ondate di arresti, con una ventina in gran parte ufficiali della Marina militare, e una quarta, si può presumere, potrebbe arrivare con il nuovo anno.

L’inchiesta del Pm Maurizio Carbone aveva avuto il suo primo arresto il 12 marzo del 2013, quando il comandante del V Reparto, Roberto La Gioia, fu incastrato in flagranza di reato mentre intascava da un imprenditore una tangente. Era stato lo stesso imprenditore che aveva vinto una gara per il ritiro e il trattamento delle acque di sentina della Marina militare di Taranto e a Brindisi, a denunciare ai carabinieri le minacce e le,richieste di tangenti per poter lavorare. Aveva vinto un appalto di 650.000 euro, che avrebbe comportato una tangente di 65.000 euro, divisa in due rate mensili da 2.000/2.500 euro. E proprio ritirando l’ultima di questa rata, l’ufficiale è stato arrestato in flagranza.

A casa sua sono state trovate cinque buste bianche sigillate con 36.000 euro e in ufficio altri 8.000 euro. E poi due pen-drive con la contabilità delle tangenti, degli imprenditori vessati e, con i nomi siglati, gli altri complici interni alla Marina con cui dividere i soldi.

E da allora lo schema non è cambiato.
Colpisce il loro senso di impunità, come se fossero convinti che non sarebbero mai stati beccati, anche i nuovi sostituti degli incarcerati.

Ufficiali corrotti, capitani di vascello finiti in carcere o ai domiciliari. Comandanti della base trascinati nel fango. Due reparti, in particolare, focolai di questi tumori da estirpare, il IV e il V Che si occupavano di forniture e di carburanti e lubrificanti.

Minacciavano, gli estorsori ufficiali. Chi non pagava, rischiava di ritrovare perennemente sotto la pila il suo mandato di pagamento. Il 21 luglio il giudice dovrà decidere sulle 9 richieste di rito abbreviato mentre altri 7 indagati hanno chiesto di patteggiare. Ma quello che inquieta è che questa inchiesta è un po’una Catena di Sant’Antonio. Non finisce mai.

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Ecco chi ha spezzato le ali ad Alitalia

16 luglio 2017 Lascia un commento

Ecco chi ha spezzato le ali ad Alitalia e le sei soluzioni per un rilancio
Dal taglio delle rotte interne, alla carenza di aeromobili a lungo raggio, fino ai costi sproporzionati attribuibili ai carburanti, quelli relativi al nolo dei velivoli, e il tasto dolente degli esuberi: una lunga serie di scelte che si sono rivelate fatali

Redazione Tiscali
L’ultima virata per evitare il tracollo. Per anni quella di Alitalia è sembrata un’interminabile corsa per cercare di rimettere insieme i cocci. Corsa che allo stato attuale è risultata infruttuosa. Dal taglio delle rotte interne, alla carenza di aeromobili a lungo raggio, fino ai costi sproporzionati attribuibili ai carburanti, quelli relativi al nolo dei velivoli, e il tasto dolente degli esuberi, la compagnia affidata ora alle premure della trojka di commissari (Gubitosi, Laghi e Paleari) ha operato negli anni una lunga serie di scelte che si sono rivelate tristemente fatali. Scelte messe in fila, nero su bianco, all’interno di un documento messo a punto da un consulente aeronautico con un passato da manager di diverse compagnie aeree nazionali e internazionali.

Come si salva Alitalia? 6 soluzioni per il rilancio
Chi ha spezzato le ali ad Alitalia? Quali sono i motivi dell’ennesimo dissesto? Quali le soluzioni? Sicuramente a pesare sull’ennesimo crac dell’ex compagnia di bandiera sono i costi legati al carburante, quello spropositato relativo al leasing degli aeromobili, i costi sostenuti per la manutenzione della flotta, quelli imputabili al sistema di prenotazione e vendita dei biglietti e quelli per il personale. Voce, quest’ultima, che sarebbe in realtà l’unica in linea con quella dei principali competitor europei.

Dal documento emergono valutazioni che avrebbero potuto scongiurare l’ennesima crisi, la terza in meno di 10 anni, e risollevare i conti e il destino dell’aviolinea, trasformatasi, nel frattempo, in un’enorme macina che tritura e tritura capitali senza sosta. Basta dare un’occhiata al bilancio d’esercizio del 2015, dove si contano perdite per 400 milioni di euro e il totale dei costi riclassificati ha superato i 3,5 miliardi di euro a fronte di ricavi complessivi di circa 3 miliardi.

Mentre si guarda alle mosse delle compagnie che hanno presentato la manifestazione di interesse (Lufthansa, la stessa Etihad, British Airways e, non ultima, Ryanair), e in attesa di capire se e come la compagnia tricolore riuscirà ad avere ancora il controllo dei cieli, una delle domande rimaste inevase fino a oggi è come si è arrivati alla situazione attuale. Perché, chiede a gran voce l’opinione pubblica, da fiore all’occhiello del Belpaese Alitalia si è tramuta in una vera e propria spina nel fianco del governo?

“I costi di Alitalia sono di almeno il 30% al di sopra di quelli delle altre compagnie – spiega il consulente aeronautico – parlo di legacies, aerolinee di bandiere, tipo Alitalia. Se il confronto si sposta a compagnie come Ryanair, parliamo del 60%”.

I carburanti
Tra i principali sospettati delle cause del dissesto, come è noto, spiccano i costi legati al carburante. 700 milioni di euro, stando a quanto emerge dalla composizione dei costi riclassificati della gestione caratteristica di Alitalia, apparsa nell’ultimo bilancio depositato al 31/12/2015.

Per il carburante, Alitalia avrebbe pagato circa il 20% in più dei valori di mercato di quel tempo. Costi generati anche da un problema di potenza dei motori di alcuni Airbus A320/216, precisa l’analisi. Nello specifico, nella flotta AZ risultano 33 aeromobili A320 equipaggiati con motori CFM56/5B6-3, un modello che solitamente viene montano su un aeromobile più piccolo, ossia sull’A319. Rispetto al motore standard con cui è equipaggiato l’Airbus A320, il motore B6 series ha una spinta inferiore, ossia 23.500 libre contro le 27mila del B4. Ciò significa che quando il velivolo decolla al massimo peso del decollo, il gradiente di salita tra i due motori è diverso. Tradotto in termini pratici, questi velivoli ‘depotenziati’’ raggiungono a pieno carico la quota di crociera ottimale in un lasso di tempo molto maggiore, ‘pesando’ sui costi sopportati dalla compagnia per il carburante.

Il nolo degli aerei
Per il leasing dei propri velivoli, nel 2015 Alitalia ha speso 600 milioni, con un rateo mensile del 15% maggiore rispetto alla media di mercato. Questo dovuto a condizioni economiche relative alle riserve di manutenzione e alle condizioni di riconsegna “assolutamente spropositate e fuori da ogni logica di mercato”, si legge nell’analisi. Per il noleggio di alcuni aeroplani, Alitalia si serve della formula ‘Wet Lease’ o Acmi, ossia un modello di noleggio che include l’aeromobile, l’equipaggio, la manutenzione del velivolo e la sua assicurazione. Una formula, spiega l’esperto, “assolutamente antieconomica” poiché solitamente viene realizzata per dare la possibilità alle compagnie aeree di far fronte a eventuali avarie di un aeromobile della propria flotta, sostituendolo per un periodo di tempo con un aeromobile operato da un’altra compagnia. Un meccanismo messo in atto per tutelare i diritti del passeggero.

Secondo l’analisi, Alitalia usa invece questa formula di noleggio con Etihad regional – la compagnia regionale svizzera Darwin – operando tratte che invece potrebbe operare in proprio con gli Embraer della propria flotta, con notevoli risparmi. Un esempio? Nel 2013 la compagnia ha pagato un costo orario Acmi pari a 2.200 euro/ ora volo su aeroplani Boeing 737/300 che sul mercato erano disponibili a 1.700euro/ora volo.

La manutenzione degli aeromobili
Altra principale causa del collasso di Alitalia è imputabile all’esternalizzazione della manutenzione, una scelta che ha contribuito a far lievitare i costi relativi alla manutenzione dei motori, alla cellula aeromobile, quelli per la manutenzione e la componentistica, ossia le attività che non sono effettuate direttamente sul velivolo e quelle sul motore in officina. “I contratti di manutenzione di Alitalia sono tutti fuori mercato, tutti a danno della compagnia – sottolinea il consulente aeronautico – molto onerosi, sia quelli di leasing sia quelli di manutenzione”.

Quanto alla manutenzione della cellula, i dati sono ancora più inquietanti. Per i velivoli di medio-corto raggio, Alitalia si serve di Atitech, società che fino al 2008 era controllata da Alitalia, poi privatizzata e quindi venduta a seguito del primo fallimento. La nuova Alitalia Cai entrò in Atitech con una partecipazione di minoranza. Per anni Alitalia ha pagato ad Atitech un costo “esorbitante” per la manutenzione della cellula degli aeromobili. 75 euro per ora di lavoro, poi ridotto a 55 euro. Una corretta gestione in house della manutenzione della cellula, specifica l’analisi, non supera invece i 40 euro per ora/lavoro. Per anni, Alitalia ha pagato quindi il doppio dei prezzi di mercato.

Per contenere i costi legati alla manutenzione dei propri motori, ad esempio, sarebbe bastato puntare su Alitalia Maintenance System, l’ex officina motori di Alitalia, oggi fallita. Se Alitalia riportasse in house la manutenzione primaria dei propri aeromobili, sia la cellula sia il motore, si potrebbero risparmiare circa 120 milioni di euro annui rispetto a costi di manutenzioni sostenuti nel 2015, si legge ancora nel documento. Inoltre, verrebbero re-impiegati migliaia di lavoratori oggi in cassa integrazione.

“Spropositati” anche i costi in overhead, ossi i costi indiretti, che ammontano a circa 635 milioni di euro, che includono oneri accessori per il personale (circa 60mln di euro), parcelle consulenti (40 mln), servizi finanziari, assistenza passeggeri e merci (74 mln), catering passeggeri, etc.

Oneri accessori per il personale
Nel 2015, per i soli oneri accessori per il personale, Alitalia ha speso 60 milioni di euro. Dati che si riferiscono, ad esempio, agli hotel per gli equipaggi in sosta, per il training del persona, la mensa dipendenti e il vitto rimborsato agli equipaggi in sosta. Per quanto riguarda la formazione, Alitalia utilizza Etihad tramite la sua scuola Etihad Academy, scuola non riconosciuta Easa (l’agenzia europea per la sicurezza aerea che si occupa del controllo del settore aeronautico dell’Ue, ndr). “Perché si addestrino i piloti cadetti ad Abu Dhabi occorrono per forza i cosiddetti controllori esaminatori certificati Easa – afferma il consulente aeronautico – Si può supporre che Alitalia mandasse i suoi ispettori ad Abu Dhabi, magari pagando anche per i servizi che Etihad forniva, quando tutto questo poteva farsi a Roma. Solo di training Alitalia ha speso 50 milioni, e una parte di questa somma si sarebbe potuta risparmiare”.

Altro dato preoccupante sono i 40 milioni spesi in consulenza di terzi. Su altre voci, come catering o oneri diversi o sui costi per l’assistenza alle merci e ai passeggeri o sulle penalità pagate ad altri vettori, si sfiorano i 190 milioni di euro a carico di Alitalia. Cifre elevatissime che bisognerebbe verificare per capire a cosa si riferiscono.

Il sistema della prenotazione dei biglietti
Cento milioni di euro sono imputabili al sistema di prenotazione e vendita dei biglietti. L’ex compagnia di bandiera per gestire le vendite ha acquistato di recente un sistema denominato ‘Sabre’, in sostituzione di ‘Arco’. Una migrazione obbligata e imposta da Etihad al momento dell’ingresso nel capitale della nuova Alitalia. Implementare il sistema è costato 57 milioni di dollari, più 35 milioni di euro annui, se si considera il numero di passeggeri trasportati da Alitalia nell’anno solare, più la tassa a passeggero pari a 1,45 euro da riconoscere a ‘Sabre’ come prevede il contratto.

Di chi è la colpa
Che il collasso della compagnia sia imputabile, in larga parte, a scelte imprenditoriali sbagliate, non è certo un mistero. “Sono 20 anni che non nominano un manager di aviazione per gestire Alitalia – rimarca l’esperto – Il crac della compagnia è imputabile sia ai top management sia alla prima linea di manager che si sono succeduti in Alitalia. Il sindacato fa le sue richieste, certo, ma dall’altra parte ci sono poi i manager”.

Gli esuberi
L’analisi detta inoltre una linea diversa da quelle imboccate finora dall’ex compagnia di bandiera in merito ai dipendenti. Pensare di far tornare Alitalia in carreggiata puntando tutto sui licenziamenti è “fuori da ogni logica reddituale” tuona il professore. Tra i costi evidenziati nel bilancio, infatti, gli unici in linea con gli standard europei sono proprio quelli relativi al personale, oltre a quelli sostenuti per i diritti di sorvolo e aeroportuali. “Il costo del lavoro in Alitalia è forse l’unico costo in linea con le altre compagnie europee, se non addirittura più basso. Inoltre, i dipendenti Alitalia guadagnano decisamente meno rispetto a quelli di Lufthansa e Air France”.

Nel momento in cui scriviamo, il bilancio d’esercizio del 2016 non è ancora stato depositato dalla compagnia. Ma si parla già di perdite ingenti. “Da quello che si dice potrebbero essere 600 milioni – precisa il consulente – ma la cosa incredibile è che Alitalia parla di 200 milioni di perdite solo nei primi due mesi del 2017, con un patrimonio netto sceso a meno 40 milioni. Occorrerebbe capire come ha girato questo patrimonio netto”.

Nel frattempo è stata aperta la data room per i potenziali acquirenti, i 18 che hanno superato il primo esame. L’analisi dei conti e dei dati della compagnia si annuncia un passaggio fondamentale in vista delle offerte non vincolanti da formulare entro il 21 luglio, e sulle quali si delineerà il programma dell’amministrazione straordinaria, quindi il nuovo piano industriale e la presentazione, entro ottobre, delle offerte vincolanti.

Si può fare un buon lavoro
Ma con una situazione del genere, quanto tempo ci vorrebbe per far tornare la reddituale la compagnia? “Un bravo manager ci metterebbe sei mesi – commenta l’autore dell’analisi – si può fare un buon lavoro. Non è un caso che siano arrivate molte offerte, Alitalia fa gola a molti”. Quanto alla possibilità di vedere Alitalia a pezzi, il consulente la considera un’ipotesi scellerata. Ciò significherebbe “il bagno di sangue dei 6-7mila dipendenti che andranno in cassa integrazione” sottolinea. Così come sarebbe da escludere l’eventualità di Alitalia di uscire da Skyteam, l’alleanza delle compagnie aeree della quale Alitalia fa parte dal 2001. “Non dovrebbe uscire da Skyteam, che è un’alleanza importante – conclude – ma certamente dovrebbero rinegoziare e trovare delle soluzioni, gli accordi dentro Skyteam andrebbero tutti rivisti da persone competenti”.

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Ecco che fine hanno fatto i signori dei crack bancari

16 luglio 2017 Lascia un commento

Mussari va a cavallo e Zonin si gode la sua villa Bunker: ecco che fine hanno fatto i signori dei crack bancari
“Molti sono stati pessimi manager, alcuni hanno anche commesso reati ma nessuno è in prigione”, sottolinea il Giornale. Una panoramica sui protagonisti dei crolli bancari italiani

di I.D.
Molte Banche italiane hanno creato seri problemi ai loro soci, alla clientela e all’economia del Paese. Spesso ci ha dovuto mettere dei soldi lo Stato per salvarle, utilizzando quindi risorse della collettività. Ma che fine hanno fatto i signori del crack? Come se la passano i vari Mussari, Zonin, Fornasari, Rosi, Consoli , Ponzellini e via dicendo? Alcuni di loro – sottolinea il Giornale – hanno dimostrato di essere pessimi manager, altri avrebbero anche commesso dei reati. Una cosa si può dire. “Nessuno di loro è in prigione”, osserva il quotidiano che fa una carrellata sul destino che ha colpito i vari personaggi della poco edificante tranche della storia bancaria recente.

Si scopre così che Giuseppe Mussari si distenderebbe con salutari passeggiate a cavallo insieme all’amico Aceto. Quando non può farlo, l’ex presidente della Fondazione Monte dei Paschi di Siena, di Banca MPS ed ex presidente dell’Abi, si diletterebbe di cucina nella villa nel senese intestata alla moglie.

Gianni Zonin invece si gode la pace della sua villa bunker in provincia di Udine, in quel di Ca’ Vescovo. Si parla di una tenuta circondata da siepi alte 3 metri, telecamere e vetri antisfondamento. Il patron – per circa un ventennio – della Popolare di Vicenza, sorpreso di recente a fare shopping in via Montenapoleone a Milano, ha trasferito tutto il patrimonio nel 2016 ai 3 figli. In pratica lui non s’è tenuto quasi nulla. Di cosa si tratti lo riporta il quotidiano di Sallusti. Nove tenute in Italia per circa 2mila ettari coltivati a vigna e una tenuta in Virginia, negli Stati Uniti. Un passaggio di proprietà – fa notare il Giornale – che “sicuramente era stato già previsto in tempi non sospetti” ma che “di certo ha messo al riparo il patrimonio di famiglia dalle tempeste giudiziarie”.

Infatti Zonin risulta “indagato a Vicenza per aggiotaggio e ostacolo alla vigilanza”. La Pop di Vicenza avrebbe inoltre chiesto a Zonin e ad altri 31 ex dirigenti di risarcire qualcosa come 2,3 miliardi. Anche se per ora l’ex presidente della Banca Popolare di Vicenza è stato scomodato solo una volta riguardo all’inchiesta per un interrogatorio di 5 ore. Questo in due anni.

All’ex amministratore delegato di Veneto Banca Vincenzo Consoli invece è arrivata una richiesta di rinvio a giudizio proprio in prossimità del via libero da parte dell’Italia e dell’Europa al passaggio delle banche venete a Intesa. A processo dovrebbero finire, secondo gli intenti della magistratura, anche l’ex presidente Flavio Trinca e altri 9 tra amministratori e manager.

Dopo un silenzio di due anni – racconta il Giornale – “Consoli ha concesso una lunga intervista al Gazzettino in cui parla di un dolore e dispiacere immensi verso tutti i soci che hanno perso i soldi”. Ma il quotidiano di Sallusti mette in rilievo anche come “il suo Jet Bombardier Learjet 60XR, acquistato nel 2012 da Veneto Banca per assicurare rapidità , comfort e prestigio agli spostamenti dell’allora consigliere delegato, se ne è volato via da Montebelluna lo scorso 23 dicembre per 4,3 milioni di dollari”.

L’ex presidente di Carige Giovanni Berneschi, condannato a 8 anni e 2 mesi per la maxitruffa al ramo assicurativo dell’Istituto bancario, in attesa che la sentenza passi in giudicato con la pronuncia della Cassazione, non si sa bene cosa faccia. C’è – a leggere il Giornale – chi lo ritiene al sicuro nel suo attico genovese e chi lo considera in ritiro nella campagna spezzina. Rassicurato dalla sua pensione Inps di 200mila euro a cu va aggiunto il fondo integrativo della Banca. Dicono conti sull’appello per veder cambiata la sua sorte.

L’ex presidente della Bpm, Massimo Ponzellini, unitamente al suo uomo di fiducia Antonio Cannalire e ad altre 12 persone, è sotto accusa per dei presunti finanziamenti illeciti concessi dall’istituto tra il 2009 e il 2010, che nel frattempo si è fuso con il Banco Popolare. Pare sia in pacifica attesa dell’epilogo della vicenda giudiziaria. Da considerare che la maggior parte dei “reati contestati, tra infedeltà patrimoniale e corruzione privata, andrà in prescrizione entro il 2017, mentre l’associazione per delinquere incontrerà la prescrizione a metà del 2018. Si ritorna in aula il 10 luglio”.

E Banca Etruria? Gli imputati Giuseppe Fornasari e Lorenzo Rosi (ex presidenti) con gli altri ex componenti dei cda sotto inchiesta attendono la prossima udienza del 12 ottobre 2017, dedicata alle parti civili. La procura contesta loro finanziamenti facili mai rientrati che “avrebbero portato a bilanci fallimentari provocando il crack della Banca”.

Infine non si può dimenticare che “fra le tre banche finite dentro Ubi c’è anche Banca Marche. Sotto la direzione dell’ex ad Massimo Bianconi – l’istituto faceva credito a tutti – evidenzia il Giornale – soprattutto agli amici”. Inoltre il consiglio approvava fino a 83 pratiche di affido in meno di cinque minuti”. E Bianconi deterrebbe un singolare primato: “Quello di essersi fatto pagare la buonuscita due volte, facendosi licenziare e assumere lo stesso giorno poco prima che Bankitalia vietasse i paracaduti d’oro per i banchieri”.

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MALATTIA, ARRIVA L’AUTOGIUSTIFICAZIONE AL LAVORO PER I PRIMI 3 GIORNI?

16 luglio 2017 Lascia un commento

MALATTIA, ARRIVA L’AUTOGIUSTIFICAZIONE AL LAVORO PER I PRIMI 3 GIORNI?
In caso di un disturbo che il lavoratore ritiene invalidante ma passeggero, sarà lui stesso, a comunicarlo al medico, che si farà semplice tramite per la trasmissione all’Inps e al datore di lavoro

di Adnkronos
Il Ddl Romani che permette l”autodichiarazione’ per i primi tre giorni di assenza dal lavoro per malattia incassa il sostegno della Federazione degli Ordini dei medici. Quella di “autogiustificare i primi tre giorni di assenza per malattia dal lavoro” è una proposta che la Fnomceo – su impulso del presidente dell’Ordine di Piacenza, Augusto Pagani – porta avanti “da quattro anni e che è stata, lo scorso dicembre, oggetto di un Ordine del giorno approvato all’unanimità dal Consiglio nazionale, che ha dato mandato alla presidente Chersevani e a tutto il Comitato centrale di sollecitare una revisione, in tal senso, della legge Brunetta”, ricostruisce la stessa Federazione.

Il medico farà soltanto da tramite
“E gli appelli non sembrano essere rimasti inascoltati: è stato infatti assegnato alla Commissione Affari costituzionali del Senato il Ddl presentato da Maurizio Romani, vicepresidente della Commissione Igiene e sanità. Se sarà approvato – spiega la Fnomceo – in presenza di un disturbo che il lavoratore ritiene invalidante ma passeggero, sarà lui stesso, sotto la sua esclusiva responsabilità, a comunicarlo al medico, che si farà semplice tramite per la trasmissione telematica all’Inps e al datore di lavoro. Il Ddl incide poi, ridimensionandole, sulle pene ai medici, anche per porre rimedio ad alcune contraddizioni ed eccezioni di incostituzionalità rilevate nella legge Brunetta”.

Funziona così nei paesi anglosassoni
La Fnomceo esprime, dunque, “vivo apprezzamento e sostiene il Ddl – sottolinea Maurizio Scassola, vicepresidente della Federazione -. Ci sono disturbi come il mal di testa o lievi gastroenteriti, la cui diagnosi non può che essere fatta sulla base di sintomi clinicamente non obiettivabili. Il medico, in questi casi, deve limitarsi, all’interno del rapporto di fiducia che lo lega al paziente, a prendere atto di quanto lamentato. Riteniamo che un’auto-attestazione potrebbe essere utile, prima ancora che a sollevare il medico, a responsabilizzare il paziente come del resto già avviene, con ottimi risultati, in molti Paesi anglosassoni. Auspichiamo dunque un iter rapido e l’approvazione entro fine legislatura”.

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Economia comportamentale, ecco perché la carta di credito ci fa spendere molto di più e peggio

16 luglio 2017 Lascia un commento

Economia comportamentale, ecco perché la carta di credito ci fa spendere molto di più e peggio
Su businessinsider.com un articolo dell’economista Fabrizio Ghisellini, per molti anni Dirigente del Tesoro che nel 2016 ha pubblicato un libro sui meccanismi psicologici che influenzano gli investimenti
Economia comportamentale, ecco perché la carta di credito ci fa spendere molto di più e peggio

Redazione Tiscali
Usare la carta di credito ha un sacco di vantaggi, soprattutto non c’è bisogno di portarsi contanti appresso. Ma c’è un problemino di non poco conto, almeno per chi non ha risorse molto importanti: si spende molto di più, perché il nostro sistema di contabilità mentale (“mental accounting“) sbanda. Ma che cos’è la contabilità mentale? Per capire come funziona leggete cosa ha suggerito in un articolo pubblicato su businessinsider.com Fabrizio Ghisellini, ex dirigente del Tesoro che nel 2016 ha pubblicato per Laterza “Finanza quotidiana”, un saggio sui meccanismi psicologici che influenzano le scelte di investimento.

Prima situazione
State andando ad un concerto. Siccome siete tipi precisi e non volete correre rischi avete comprato il biglietto in anticipo senza sovraprezzo (50 euro). In tasca avete quindi il biglietto e altri 50 euro in banconote. Arrivati a destinazione, vi accorgete di aver perso il biglietto. Domanda: ricomprate il biglietto che avete perso?

Seconda situazione
State andando allo stesso concerto. Siccome siete tipi precisi e non volete correre rischi avete cercato di comprare il biglietto in anticipo senza però riuscirci. In tasca avete quindi due banconote da 50 euro, una delle quali destinata all’acquisto del biglietto. Arrivati a destinazione, vi accorgete di aver perso una delle due banconote da 50 euro.

Domanda: comprate il biglietto?

Sebbene le due situazioni siano sostanzialmente identiche (in ambedue i casi avete perso qualcosa che valeva 50 euro), un test condotto da D.Kahnemann e A.Tversky (The Framing of Decisions and the Psychology of Choice, Science, 1981) dimostra che la maggior parte delle persone (l’88%) ricompra il biglietto nel secondo caso ma non nel primo. “E la ragione è che, in una contabilità mentale organizzata a scomparti, ricomprare il biglietto significherebbe spendere ben 100 euro per il concerto (il prezzo del biglietto perso più il prezzo del nuovo biglietto)”, il sito di economia. È come se nella nostra mente ci fossero tanti cassetti, ognuno con una diversa dotazione e destinati a un uso diverso. Nell’esempio del biglietto del concerto, la dotazione del cassetto dello svago era di 50 euro, non di più. Per cui se perdiamo la banconota il biglietto lo ricompriamo, e se perdiamo il biglietto no. E, per lo stesso motivo, abbiamo “dotazioni” per tutto, dal cibo alle spese per le vacanze, dai vestiti ai consumi culturali.

Carta di credito 2

Ma cosa c’entra la carta di credito? C’entra perché la carta è in grado di farci allegramente sforare rispetto alle “dotazioni” di cui sopra. E ci riesce per quattro motivi principali.

1. Occhio non vede…
Il primo ha a che fare con fattori visivi. È infatti dimostrato che acquistare qualcosa con un mezzo di pagamento trasparente come i contanti rende visivamente evidente l’esborso e quindi porta al massimo il “dolore del pagamento”, ovviamente soprattutto quando il prezzo di acquisto è elevato.Pensate a come vi sentireste a tirare fuori una dopo l’altra decine e decine di banconote per acquistare un’auto e vedere il denaro andare via. Con la carta di credito nulla di tutto ciò, e in più dopo il pagamento la carta vi viene restituita, rinforzando la nozione che non si stiano perdendo soldi.

2. Costo opportunità nascosto
Il secondo consiste nel nascondere quello che in economia si chiama “costo opportunità”, e cioè le alternative possibili a cui rinunciamo effettuando un acquisto specifico. Gli acquisti in contanti ci obbligano a valutare le conseguenze. Se avete solo 100 euro nel portafogli, la decisione di spenderne 70 per acquistare una penna vi fa realizzare che oggi, a meno di non recarvi al bancomat, non potrete comprare molto altro. Il costo opportunità diventa quindi importante. Naturalmente questo non succede con la carta di credito. E spiega forse perché in un sondaggio condotto fra i soci di una palestra (Prelec, D. (2009) Consumer behavior and the future of consumer payments, in Moving Money: The Future of Consumer Payment, Brookings Institution Press) il pagamento di una quota fissa tramite carta di credito sia risultato di gran lunga preferito rispetto all’acquisto di biglietti di ingresso orari). Non solo. Il costo opportunità viene inoltre occultato dal fatto che mentre si acquista qualcosa il dato che il consumatore osserva è solo quello del limite complessivo della carta. E con un limite di 5.000 euro, un pranzo da 50 euro diventa una goccia nel mare.

3. Il fattore tempo
Il terzo motivo è il passaggio del tempo. Una carta di credito ha lo stesso meccanismo di un prestito, anche se è un prestito che ricevi da te stesso. Ti godi la cosa che hai comprato subito, e la pagherai (o inizierai a pagarla in comode rate) tra un mese. Si crea quindi un cuscinetto temporale fra consumo e pagamento, e in questo modo le due fasi vengono “scollegate” l’una dall’altra, riducendo ulteriormente il “dolore del pagamento”.

4. Nessun rimorso
Il quarto motivo (molto importante) è quello per cui con la carta di credito riuscite a occultare a voi stessi le conseguenze delle decisioni di spesa, anche quando con tali decisioni avete superato le “dotazioni” imposte dalla contabilità mentale. Quello che infatti succede dopo un mese è che ricevete un estratto conto nel quale figurano molte (o moltissime) voci. E anche, e soprattutto, se il totale fosse elevato, la significatività psicologica delle singole voci si riduce moltissimo, e con essa il possibile rimorso di avere effettuato acquisti sbagliati.

È quindi per questi quattro motivi che la carta di credito riesce a “fregare” il nostro sistema di contabilità mentale e a farci spendere molto di più. E purtroppo non spendiamo solo di più, ma in molti casi spendiamo anche peggio. Se acquistiamo in contanti, per ridurre al massimo il “dolore del pagamento” spesso evitiamo di comprare non solo le cose decisamente superflue ma anche quelle che addirittura ci fanno male (tipo junk food). Con la carta di credito il problema non esiste, e i desideri viscerali del nostro immaginario sollecitano risposte impulsive che ci spingono a soddisfare immediatamente desideri anche poco salutari (ah, quella torta multistrati cioccolato e panna…).

Come uscirne?
Per certe cose è impossibile (specialmente per acquisti online e/o spese relative a voli, alberghi ecc.). Anche nella vita di tutti i giorni è difficile, ma qualche accorgimento può aiutare. Uno è quello, ovvio, di portare con sé un po’ di contanti, e di cercare usare la carta solo se e quando i contanti finiscono e/o l’importo dei singoli acquisti supera un ammontare minimo (20-30 euro?). L’incantesimo di quel pezzo di plastica che ci porta alla perdizione non sarà sconfitto ma forse spenderemo un po’ di meno, e meglio.

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