Molestie sessuali sulla “Grecale”: la vita da incubo di 4 marinaie.

29 aprile 2017 Lascia un commento

Molestie sessuali sulla “Grecale”: la vita da incubo di 4 marinaie. Sotto processo due sottufficiali

Nel tribunale della Spezia, è entrato nel vivo il processo che vede due militari accusati di violenza sessuale. Per il pm hanno minacciato le colleghe

La fregata Grecale della Marina Militare
La fregata Grecale della Marina Militare
Redazione Tiscali

“Mi toccava il sedere mentre lavoravo in cucina, si appoggiava anche con le parti intime. In alcune occasioni mi sculacciava con un cucchiaio di legno. Un giorno sono scappata, non ce la facevo più. Mi sono diretta verso la poppetta della nave, ma facendo le scale l’ho visto, ho visto Andrea Moras, sottocapo di prima classe, che mi aspettava. Mi sono accucciata in un angolo per evitarlo, ma lui mi s’è presentato davanti e mi ha detto che non avrei potuto sfuggirgli perché conosceva la nave meglio di me”. A raccontare la drammatica sequenza è una marinaia di 20 anni, una delle 4 donne vittime di abusi a bordo della fregata Grecale.

A bordo della Grecale

Accusati di violenza sessuale

Nel tribunale della Spezia, è entrato nel vivo il processo che vede due militari accusati di violenza sessuale, si tratta di Andrea Moras, 36 anni, nato a Velletri, e Giovanni Lapi, di 37, originario di Aversa. Per il pm Claudia Merlino sarebbero stati loro a prendere di mira le marinaie. Per loro stare sulla Grecale era un inferno. “Venivo sottoposta a molestie quasi ogni giorno – ha affermato una delle ragazze sentite ieri in aula – Ero di servizio in cambusa, però, spesso dovevo salire in cucina dove si trovavano Lapi e Moras, che erano i cuochi della Grecale. Ho subito anche ingiurie e rutti in faccia, non vedevo l’ora di andarmene. È accaduto perfino che ci mettessero le mani addosso davanti ad altri militari”.

Testimonianze delle donne

Le testimonianze delle donne, parti civili nel processo assistite dall’avvocato Luca Parillo, hanno dato riscontro ai capi d’accusa che ripercorrono gli innumerevoli gesti ricostruiti nelle indagini sviluppate dai carabinieri per la Marina, delegati agli accertamenti dalla procura della Spezia e dalla procura militare di Verona. Le donne non avevano presentato denunce, “avremmo subito ritorsioni, non potevamo prevedere le conseguenze”, hanno detto ai carabinieri che le hanno interrogate, raccontando mesi di abusi, ingiurie e atti di nonnismo. Di fronte al giudice hanno confermato quanto avevano detto alle forze dell’ordine.

Hanno lasciato la Marina

Alcune di loro hanno lasciato la marina, non sopportavano l’idea di subire altri abusi. “Nell’orario di mensa, Lapi era solito posizionarsi davanti alla macchina affettatrice della carne in quanto, essendovi poco spazio – ha dichiarato una delle ragazze – ero costretta a sfiorarlo con il sedere all’altezza delle sue parti intime”. L’operazione-pulizia è partita comunque subito all’interno dell’unità e ha prodotto un risultato: il trasferimento dei marinai ad un’altra destinazione. Nave Grecale è partita due settimane fa dalla Spezia per una missione antipirateria senza gli indagati. Prossima udienza novembre.

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Le conversazioni radio tra i trafficanti e la navi Ong.

29 aprile 2017 Lascia un commento

Le conversazioni radio tra i trafficanti e la navi Ong. Fermiamo il business delle disgrazie ma salviamo l’onore dei volontari

Due miliardi e quattrocento milioni muovono interessi, producono lavoro e ricchezza. È può far gola a speculatori e criminali. Diverse inchieste giudiziarie hanno svelato l’esistenza di circoscritte sacche di speculazione e corruzione

Le conversazioni radio tra i trafficanti e la navi Ong. Fermiamo il business delle disgrazie ma salviamo l'onore dei volontari
di Guido Ruotolo

Forse è arrivato il tempo di mettere ordine nel soccorso e nell’accoglienza dei migranti che arrivano nel nostro Paese. E che hanno dato vita a quella che possiamo chiamare «l’economia della catastrofe». Lo sbarco di decine di migliaia di migranti rappresenta infatti una «catastrofe» umanitaria, per la dimensione che ha assunto negli ultimi tre anni. Nei primi quattro mesi del 2017 sono sbarcati 37.000 migranti, il 35% in più rispetto al 2016. Se non si inverte la tendenza, a fine anno potrebbero essere 230.000 i migranti ospitati nel nostro Paese. A partire dalla fine degli anni Novanta, i flussi migratori nel mondo vengono considerati dai governi prevalentemente come questione di sicurezza nazionale. A maggior ragione oggi che anche l’Europa è diventata teatro di azioni del terrorismo islamico che si richiama all’Isis. Da quando le pulsioni nazionaliste e populiste hanno sedotto diversi paesi dell’est ex comunista e del centro nord dell’Europa, e si sono nei fatti riaperti (nominalmente) i posti di frontiera nonostante Schengen, paesi come l’Italia e la Grecia rischiano di trasformarsi in pentole a pressione.

Flussi di disperazione

Le crisi umanitarie nelle aree di conflitti e guerre (Siria, Iraq) hanno cambiato il segno dei flussi migratori in Europa, che sono diventati prevalentemente di richiedenti protezione umanitaria. In Italia, invece, i flussi continuano ad essere «arcobaleno». Migliaia di donne, uomini, bambini, vecchi sono in fuga dai paesi della fascia subsahariana per motivi economici. E si uniscono con i fuggitivi dai paesi dove sono in atto violenze e discriminazioni religiose e razziali. In questa Europa pigra e attraversata dal populismo si alzano muri e fili spinati e si cacciano gli irregolari. Siamo costretti a fare i conti con le paure più ancestrali, come la guerra, la violenza, il nemico che alle porte e che non arriva mai, scoprendo poi che il nemico può essere il vicino della porta accanto. Parliamo di foreign fighters e scopriamo che il terrorista che si lancia con un tir contro la folla è nato in Europa.

I costi dell’accoglienza

Solidarietà e sicurezza, lavoro e accoglienza. L’Europa è messa alla prova. Solo per l’accoglienza l’Italia spende 2,4 miliardi di euro all’anno. Il conto è per difetto. Ogni migrante ospitato in una struttura pubblica o privata, della rete Caritas o dei comuni costa 35 euro al giorno. Al 31 marzo scorso, erano 176.000. A fine anno, se non ci sarà una inversione di tendenza, potremmo arrivare a 400.000. Mentre il governo Gentiloni, il ministro dell’Interno Marco Minniti, la Farnesina sono impegnati a cooperare per la stabilizzazione della Libia, per riannodare i fili degli accordi con i paesi di origine dei flussi migratori per reimpatriare gli irregolari, ecco mentre tutto questo si muove con fatica,  il procuratore di Catania e la sponda politica dei Cinque Stelle aprono il fuoco contro le Ong, acronimo che sta per Organizzazioni non governative, accusandole di speculare sul soccorso in mare. Di organizzare con i trafficanti di merce umana le partenze e quindi il soccorso dei migranti.

Il caso Zuccaro

Il procuratore di Catania Carmelo Zuccaro non ha le idee molto chiare. È un suo problema. Diventa il nostro nel momento in cui Carmelo Zuccaro non è un semplice cittadino ma il capo di un ufficio che deve esercitare l’azione penale. Non può limitarsi a fare congetture, deve trovare le prove giudiziare per mandare a processo gli eventuali responsabili del traffico di clandestini. È bene ha fatto il Csm ad aprire un fascicolo. Due miliardi e quattrocento milioni di euro all’anno. E solo per l’accoglienza. Escludendo spese vive di trasporto, di soccorso, di indumenti. E poi gli stipendi del personale delle forze di polizia. E non solo.  Due miliardi e quattrocento milioni muovono interessi, producono lavoro e ricchezza. E possono far gola a speculatori e criminali. diverse inchieste giudiziarie hanno svelato l’esistenza di circoscritte sacche di speculazione e corruzione. Per esempio, titolari di strutture di accoglienza e gli stessi migranti ospitati che magari vanno a trovare parenti o amici che si trovano in altre città, “dividono” le rette giornaliere che vengono assegnate sulla base di fogli di presenze (falsificati).

L’industria del soccorso

Forse è il tempo di fare ordine in quella che è diventata una vera e propria industria del soccorso e dell’accoglienza che muove una economia (della catastrofe) di diversi miliardi di euro. Il procuratore Zuccaro e i Cinque Stelle parlano di ONG colluse e corrotte? Forse bisognerebbe aspettare l’esito delle indagini appena avviate. Esistono intercettazioni telefoniche che documentano i rapporti tra il trafficanti e le ong? Tutte le fonti investigative e giudiziarie consultate negano la loro esistenza. Potrebbe essere stata captata una conversazione radio in mare tra un equipaggio di una nave di soccorso e dei trafficanti di clandestini da una località rivierasca in Libia.

“Tracciare” l’azione delle Ong

È una ipotesi che rafforza la proposta, per esempio, di imporre alle ONG di comunicare ufficialmente chi sono gli armatori a cui si rivolgono per affittare le navi con gli equipaggi con i quali soccorrono i disperati. E sarebbe utile avere un elenco pubblico dei sostenitori delle ONG, per avere ben presente le nazionalità dei finanziatori delle ONG. E ancora: sarebbe importante che il governo emanasse delle direttive precise alle prefetture per fare controlli a campione sulle presenze nelle strutture dei migranti che vengono ospitati. Quello di cui non abbiamo bisogno sono i pregiudizi. È un clima di rissa che ricorda una stagione del secolo scorso.

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Dichiarazione di Roma, è andata meglio del previsto

29 aprile 2017 Lascia un commento

Dichiarazione di Roma, è andata meglio del previsto

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Non è ancora “l’Europa di domani”, ma ci sono impegni precisi e obiettivi chiari

Alla fine è andata meglio del previsto. La Dichiarazione di Roma non è il “documenticchio di Bratislava“, si vede che sono passati sei mesi da quella frettolosa riunione che doveva aprire la strada alla nuova Unione europea a Ventisette, dopo la Brexit.

Il governo italiano ci teneva, e alcuni fattori hanno aiutato ad arrivare ad un documento politico impegnativo, che ha dei contenuti piuttosto chiari. Non è ancora “l’Europa di domani”, ma ci sono impegni precisi e obiettivi chiari. La Dichiarazione di Roma è un documento di intenti, non una nuova organizzazione dell’Europa, non doveva esserlo e in questa chiave va letto. Ci sono dentro molte cose ma non troppe, ed ora sta ai capi di governo mantenere gli ambiziosi impegni presi e impegnarsi in quel senso.

Ci sono, nel breve testo, alcune parole chiave, come “unità”, “insieme”, “cittadini”, “trasparenza”. Non sono parole messe solo per retorica. Riaffermare l’unità è il minimo necessario, è vero, ma il documento indica anche su quali politiche questa unità va dimostrata. Non sarà facile, ovviamente, ma l’aver insistito così tanto sugli aspetti sociali, in una convergenza tra le idee del popolare Jean-Claude Juncker e l’esponente della sinistra Alexis Tsipras, l’aver scritto un paragrafo lungo, dettagliato sulla dimensione sociale non è banale. E’ un impegno preso in maniera solenne, che rinnova, aggiorna il contenuto politico dei testi approvati 60 anni fa.

Si poteva fare di più, certamente. Si sarebbero potute indicare nel dettaglio le politiche a favore dei giovani, o per l’Unione monetaria, fiscale, per la difesa comune.

In realtà però questo documento, se sarà rispettato, perché lì è la chiave ovviamente, è impegnativo per tutti, per i polacchi che di fatto accettano la doppia velocità e l’enfasi sul valore dello stato di diritto, ma vedono garanzie per i propri lavoratori nell’Unione, come per i Greci, che vedono riconosciuta la diversità dei sistemi di protezione sociale e i diritti dei lavoratori, ma accetta di fare le riforme che l’Unione ritiene necessarie.

Il testo parla di esigenza di sicurezza, dritti di tutti i cittadini, giovani, piccole e medie aziende, di lasciare a livello nazionale quelle politiche che lì meglio possono essere realizzate, evitando imposizioni “dall’Europa”. Ci sono, a nostro giudizio, risposte alle richieste che vengono dalla società, c’è un tentativo di riportare i cittadini a sentirsi parte dell’Unione.

E c’è questa volta qualcosa che sessanta anni fa non poteva esserci: il Parlamento europeo eletto direttamente dai cittadini dell’Unione. Non dobbiamo farci illusioni retoriche sul ruolo che i deputati europei possono giocare, spesso i loro legami con i governi nazionali sono forti, ma, come ha detto il presidente Antonio Tajani, il Parlamento europeo “vigilerà” sull’implementazione di questi impegni. Ecco, il ruolo del Parlamento, se Tajani e gli altri deputati lo faranno rispettare, potrà essere decisivo in questa “fase costituente” come l’ha definita il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. E anche i cittadini dovranno fare la loro parte, il loro voto peserà a livello europeo, e questo documento apre al controllo democratico e alla partecipazione. Toccherà anche a noi fare in modo che l’impegno preso dai capi di Stato e di governo venga rispettato.

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TruCam terrore degli automobilisti.

29 aprile 2017 Lascia un commento

TruCam terrore degli automobilisti. Davvero non c’è scampo dalle multe? Ecco come tutelare i propri diritti

TruCam puntato verso gli automobilisti. Il suo 'occhio' arriva a 1200 metri di distanza
TruCam puntato verso gli automobilisti. Il suo “occhio” arriva a 1200 metri di distanza
di Cristiano Sanna   –   Facebook: Cr.S. su Fb   Twitter: @Crikkosan

Da metà marzo ha esordito con orrore sulle strade del Lazio e della Sardegna. Pioggia di sanzioni. E si sta diffondendo rapidamente sul resto d’Italia. TruCam,  l’evoluzione dell’Autovelox e ancora di più del Telelaser è il presente e futuro prossimo della sicurezza e del controllo sulle strade, e promette di far punire con la massima severità e precisione i trasgressori del codice della strada a due e quattro ruote. Possibilità di fare ricorso pari a zero, così è stato presentato a tutta stampa il nuovo sceriffo digitale delle strade, generando il panico. Giusto e legittimo che chi non rispetta le regole, spesso mettendo a repentaglio la sicurezza degli altri oltre che la propria, sia sanzionato. Ma TruCam è molto invasivo della privacy dell’automobilista, scatta foto dettagliate in alta definizione di chi sta dentro l’abitacolo, gira video del percorso dell’auto mentre si avvicina alla postazione di rilevamento e mentre se ne allontana. Attiva un tracciamento via Gps ed è in grado di vedere (e multare) se hai le cinture allacciate e se stai parlando al cellulare mentre sei alla guida. Ma come ci si può tutelare in caso di errori, abusi e multe usate dai comuni per far cassa? Lo abbiamo chiesto alll’avvocato Stefanino Casti.

In diverse regioni italiane sono già stati vinti ricorsi per l’uso di telelaser e autoscout che hanno in parte le stesse caratteristiche del Trucam, come ad esempio la possibilità di scattare foto di chi sta nell’abitacolo. La direttiva del ministero dell’Interno dell’agosto 2009 vieta le riprese frontali se la contestazione è differita. Ed è uno dei casi tipici di uso del TruCam in arrivo in questi giorni sulle strade italiane. Quali sono i limiti di utilizzo a garanzia della privacy dell’automobilista?
“In realtà non esiste un limite all’utilizzo di Telelaser, Scout Speed e, da ultimo, del TruCam giustificato dalla garanzia di privacy degli automobilisti. Esiste solo un obbligo per le Amministrazioni e gli Enti che utilizzano tali apparecchiature di garantire che i filmati e le fotografie raccolti dalla telecamera e che immortalano l’interno dell’abitacolo non vengano comunicati a terzi, restino riservati ed accessibili all’interessato ed agli organi di controllo solo ed esclusivamente per la finalità per cui sono stati prodotti. Solo dove queste garanzie venissero a mancare, si aprirebbero spazi per dei ricorsi per violazione della privacy”. In aggiunta a questo, le amministrazioni comunali che usano TruCam devono poter certificare che l’apparecchiatura è stata adeguatamente tarata e revisionata (ndr).

Una delle obiezioni rivolte contro chi protesta per l’uso del TruCam è che la foto mostrata al conducente multato viene oscurata nei particolari del viso. Ma in questo modo come si fa ad essere certi della sua identità? Inoltre, nel 2014 l’avvocato Macrì di Padova ha fatto ricorso, perché comunque il dispositivo scatta una foto ad alta definizione che solo in seguito viene oscurata. ll primo scatto dunque violerebbe la privacy. Quella volta il giudice le diede ragione e annullò la multa.
“Per quanto riguarda la certezza dell’identità del conducente, esiste come molti sanno una specifica norma che prevede che per quelle multe che non siano state contestate immediatamente al conducente e che comportino la decurtazione dei punti dalla patente (ad esempio nel caso di eccesso di velocità rilevato tramite TruCam), il proprietario del mezzo, è invitato a comunicare, entro 60 giorni all’autorità che ha elevato la multa, i dati dell’effettivo conducente al momento dell’infrazione, ossia colui che materialmente ha violato il codice della strada alla guida del mezzo multato affinchè l’ente competente provveda, solo e unicamente nei suoi confronti, alla decurtazione dei punti dalla patente. E’ un vero e proprio obbligo la cui violazione può comportare una seconda sanzione che va da 282 a 1.142 euro”.

In precedenza il giudice di pace ha rigettato multe corredate di documentazione autovelox, autoscout e telelaser perchè la foto frontale individuava, grazie alla targa, le auto ma non le moto. TruCam fotografa anteriore e posteriore anche dei motocicli. Problema superato?
“Parrebbe proprio di sì”.

E’ configurabile il reato di omissione in atti d’ufficio da parte della polizia municipale se, pur accertando la violazione, non ferma subito l’automobilista che in tal modo potrebbe commettere altre violazioni del codice della strada? Questa materia è oggetto controverso tra i giudici di pace, al momento.
“Non è configurabile il reato di omissione in atti d’ufficio. Va tuttavia precisato che il Codice della strada prevede l’obbligo di contestare immediatamente la violazione affinchè il presunto trasgressore possa difendersi nell’immediatezza del fatto. La situazione assicurativa e la revisione dell’auto sono accertabili da remoto. Al contrario, invece, l’obbligo delle cinture e la guida con il cellulare sono violazioni che possono essere sanzionate soltanto se rilevate effettivamente dall’agente accertatore. Il Codice della Strada prevede che la violazione, quando è possibile, deve essere immediatamente contestata al trasgressore e dell’avvenuta contestazione deve essere redatto verbale contenente anche le dichiarazioni che gli interessati chiedono vi siano inserite. Il TruCam, come il telelaser, è uno strumento che permette la rilevazione della velocità e delle altre eventuali infrazioni a distanza e che consente di fermare il veicolo nello spazio esistente tra il punto di rilevamento e quello del posto di controllo. Quindi nell’ipotesi in cui l’apparecchiatura permetta l’accertamento dell’illecito prima del transito del veicolo, come nel caso del TruCam, la contestazione deve essere immediata”.

E se questo non accade?
“Qualora l’eccezionalità della situazione non consenta la contestazione immediata, il verbale  dovrebbe recare l’enunciazione dei precisi motivi che l’hanno impedita”.

La postazione con rilevamento elettronico del veicolo in marcia va, per legge, posizionata a 250 metri dal dispositivo su autostrade ed extraurbane principali, a 150 metri su strade secondario e a 80 metri su altre strade. I segnali ripetuti di “controllo elettronico della velocità” esauriscono il criterio di avviso per evitare agguati all’automobilista puniti dalla legge?
“Gli autovelox, così come i TruCam devono essere sempre segnalati preventivamente. Tale obbligo vale sia che si tratti di apparecchi fissi e automatici, sia che la postazione sia mobile. Anche il verbale di contestazione dell’infrazione deve dare atto della presenza dei suddetti cartelli di avviso”.

Da ultimo: esistono disposizioni di legge che permettono di non allacciare le cinture di sicurezza nel caso di disabilità fisica o di donna incinta a bordo. Come ci si protegge dall’occhio implacabile del TruCam in questo caso?
“Ovviamente, i casi di esenzione, di forza maggiore e similari, possono essere sempre tutelati e fatti valere in sede di ricorso. Proprio tali casi mettono in evidenza la ragione che crea l’obbligo di contestazione immediata dell’infrazione da parte delle Forze dell’Ordine, che consentirebbe all’automobilista di fornire le proprie giustificazioni ed evitare a priori l’irrogazione della sanzione, senza necessità di proporre alcun ricorso”.

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Pensioni, a luglio arriva la quattordicesima maggiorata

29 aprile 2017 Lascia un commento

Pensioni, a luglio arriva la quattordicesima maggiorata: vale fino a 655 euro

Il beneficio riguarda chi ha più di 64 anni e almeno 25 di contributi. Ecco che cosa prevede nel dettaglio la misura dell’Inps

Due anziani, un uomo e una donna, seduti su una panchina

Per gli over 64 con redditi annui fino a 13.049 euro a luglio arriverà la quattordicesima, la somma aggiuntiva da quest’anno estesa dalla legge di bilancio anche a coloro che hanno redditi tra 1,5 e due volte il minimo. Lo precisa un messaggio dell’Inps pubblicato sul suo portale. La misura, molto attesa, aggiunge una “somma aggiuntiva” a chi già lo percepiva, portandolo per chi ha oltre 25 anni di contributi (28 i lavoratori autonomi) a 655 euro.

A quanto ammonta la somma erogata?

La somma varia tra 437 e 655 euro per coloro che hanno avuto nel 2016 redditi fino a 9.1786,86 euro (a seconda degli anni di contributi versati), ovvero fino a 1,5 volte il trattamento minimo, e tra 336 e 504 per coloro che hanno redditi tra 9.786,86 e 13.049,14 euro (tra 1,5 e due volte il trattamento minimo). Sono circa 2,125 milioni i pensionati con redditi individuali fino a 1,5 volte il trattamento minimo e 1,25 milioni i pensionati con redditi tra 1,5 e due volte il minimo.

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“Il pagamento – si legge – verrà effettuato d’ufficio per i pensionati di tutte le gestioni unitamente al rateo di pensione di luglio 2017 ovvero di dicembre 2017 per coloro che perfezionano il requisito anagrafico nel secondo semestre del 2017. Il beneficio sarà erogato in via provvisoria sulla base dei redditi presunti e sarà verificato non appena saranno disponibili le informazioni consuntivate dei redditi dell’anno 2016 o, nel caso di prima concessione, dell’anno 2017.

Quanto spetta a ciascun beneficiario?

I pensionati con redditi fino a 9.786,86 euro annui (fino a 1,5 volte il minimo), ovvero circa 752 euro al mese per 13 mensilità, per i quali la somma aggiuntiva era già prevista dal 2007 vedranno aumentare l’importo che sarà pari a 437 euro se si hanno fino a 15 anni di contributi, a 546 euro se si hanno da 15 a 25 anni di contributi e a 655 euro se si hanno oltre 25 anni di contributi. I pensionati che hanno un reddito tra 9.786,87 euro e 13.049,14 euro riceveranno una somma variabile tra 336 euro (se hanno fino a 15 anni di contributi) e 504 euro (con più di 25 anni di contributi. Ai pensionati che hanno tra i 15 e i 25 anni di contributi verranno corrisposti 420 euro. Per i pensionati da lavoro autonomo si considerano tre anni di contributi in più rispetto ai dipendenti.

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La geografia dello spreco pubblico

29 aprile 2017 Lascia un commento

Dal paesino con 5 strutture incompiute alle oltre 800 della Penisola: ecco la geografia dello spreco pubblico

La legge impone alle amministrazioni di rendere prioritario il recupero delle opere abbandonate, rispetto alle nuove costruzioni. Ma l’anagrafe nazionale funziona?

Il caso di Benetutti, piccolo paese del Nord Sardegna, potrebbe essere il caso simbolo. Cinque opere pubbliche realizzate e abbandonate, alcune da anni. Un numero importante se rapportato con una popolazione di poco meno di 2000 abitanti. Il piccolo centro, con la sua particolare densità di edilizia pubblica apre una finestra su un fenomeno con una panoramica che abbraccia tutto lo stivale italiano, come visto isole comprese.

Il paesino in provincia di Sassari “vanta” un ospedaletto (con tanto di centro di riabilitazione motoria), realizzato tra il 1974 e il 2004 dalla Comunità montana, e poi ceduto al comune. Ma anche un palazzetto dello sport, con piscina olimpionica e un piccolo ippodromo, parte di un complesso realizzato dalla provincia di Sassari. Fu lo stesso comune invece a realizzare un punto di ristoro e un parco fluviale che accompagna i turisti verso le sorgenti del paese: tutti inesorabilmente inutilizzati. Le cifre delle spese fatte sono da capogiro: nell’arco di 40 anni in tutto ben 13 milioni di euro. Le opere, oggi di proprietà del Comune, richiedono nuovi interventi: l’ospedaletto, assicura il sindaco, “ha bisogno di interventi da 350 mila euro per riacquistare gli arredi rubati”. Già perché nel frattempo i vandali hanno rotto i vetri e asportato tutto quanto non fosse cemetato. Le altre opere necessitano invece di “interventi di ammodernamento”. Ma le casse comunali sono vuote.

La geografia delle opere incompiute

Se qualcuno a questo punto pensasse che si possa trattare di un caso isolato, avrà tempo di ricredersi. Perché la realtà delle opere incompiute racconta di un fenomeno piuttosto diffuso nel nostro Paese, letteralmente invaso di fantasmi cementizi con una pendenza della bilancia verso le regioni del Meridione. Così scartabellando nell’Anagrafe nazionale delle opere incompiute del ministero delle Infrastrutture (Mit) – istituita a seguito di una norma del 2011 – a cui obbligatoriamente affluiscono i dati di tutte le Regioni, si scopre per esempio che la Sardegna ha 80 opere pubbliche incompiute (67 nel 2014), realizzando in un solo anno la terza peggiore performance dello Stato.

Continuando a scorrere il dito sulla cartina da Nord a Sud, la Valle d’Aosta risulta essere la più virtuosa con sole 4 opere incompiute, mentre la Sicilia con le sue 838 strutture fantasma, è la detentrice della maglia nera. Nel suo curriculum, tra gli altri, ci sono: i bagni di cura saunistica a Pantelleria, località Bagno asciutto, costati 542.279,79 e completati al 100% ma fermi lì ad aspettare che il tempo passi e chissà cos’altro. Ancora la “nuova costruzione” di un edificio polifunzionale a Montalbano Elicona per un importo iniziale di 1.704.307,77 euro: per completarlo e metterlo in funzione (35,30% di opera già realizzata), serviranno altri 1.989.000,00. E anche qui, ancora, strade, dighe, costruzioni urbane ed extra urbane di varia natura. Solo esempi scarni di un’immensità di esempi del lassismo italico. A metà strada c’è la Toscana che tra le 34 opere segnalate nel 2015 mette in mostra ad esempio un complesso di 25 alloggi di edilizia agevolata in San Giovanni Valdarno, località Cetinale, costata 2.350.631,09 euro, non fruibili nonostante completato al 100 per cento, la sede della provincia di Siena, costata già 11.273.837,83 euro e realizzata per il 68.13%, oltre a strade, parcheggi, argini di fiumi e strutture varie. Ma gli esempi potrebbero essere tanti.

“Numeri macroscopici? Più che quelli dichiarati a me preoccupano quelli che non conosciamo”, spiega a Tiscali.it l’architetto Giuseppe Rizzuto, responsabile dell’anagrafe gestita da Itaca (Istituto per l’innovazione e trasparenza degli appalti e la compatibilità ambientale) che monitora ed elabora i dati che affluiscono dalle Regioni al sistema Simoi (Sistema informatico monitoraggio opere incompiute) del Mit. Quello che emerge subito è che davanti all’obbligo per ciascuna amministrazione di dare comunicazione puntuale dello stato dei propri immobili in disuso, non ci sono sanzioni o responsabilità particolari, si pensi ad esempio a dichiarazioni omissive o volutamente mendaci. I dati, relativi agli ultimi 4 anni, sono quindi da considerarsi incompleti, se non “declinati al ribasso”.

Il ruolo propulsivo dell’anagrafe del Mit

Fase di rodaggio. “L’anagrafe andrà a regime quest’anno – spiega – quando a fine giugno verranno presentati i dati relativi al 2016-2017. Con l’ultimo censimento capiremo quale sia la reale portata del fenomeno”. Il rischio è che “lasciando tutto alla buona volontà” delle amministrazioni a cui la legge impone di censire e comunicare le informazioni, alcuni tasselli possano non combaciare. L’obiettivo della legge del 2011 era quello di “inserire nella programmazione delle opere pubbliche anche le incompiute che si trovano nei territori e farne la priorità. Cioè se mi serve la nuova scuola e ho una struttura abbandonata, valuto se si possa sistemare quella invece di realizzarne un’altra, con grande risparmio di denaro oppure demolirla o alienarla”, afferma Rizzuto.

Come far emergere il sommerso?

Fatto sta che il sommerso è talmente ampio che appare quasi una chimera venirne a capo. “L’opera finché non è completata sta in un limbo e capita che se ne perda il ricordo. E allora bisogna tirare fuori le carte e portarle in primo piano: non si possono tenere le strade o le strutture bloccate, ferme sul territorio”. Insomma: far uscire dall’oblio nel quale le opere pubbliche spesso e volentieri cadono e farle rientrare nel ciclo della vita amministrativa.

Ma la verità è più complessa: spesso non non è semplice trovare soluzioni sostenibili per le casse provate dei comuni. “Contenziosi in atto, imprese fallite, tante situazioni che bloccano il procedimento di realizzazione dell’opera – dice Rizzuto -, tutto fotografato dai numeri dell’anagrafe, per lo più casi che si risolvono nell’arco di pochi anni”. Il problema vero sta fuori da quei numeri, tra quegli ecomostri e quelle cattedrali nel deserto lasciate marcire nell’incuria e nel dimenticatoio colpevole. Quelle che le amministrazioni preferiscono dimenticare, magari perché le pressioni spingono verso nuove opere piuttosto che verso il recupero delle vecchie. “C’è più sensibilità adesso a porsi la questione delle opere incompiute”, assicura il funzionario. “Oggi  – spiega – le amministrazioni temono l’esposizione data dalle dichiarazioni mendaci che con la trasparenza è più difficile far passare. A dimostrarlo il fatto che noi come ufficio riceviamo molte segnalazioni di opere non censite”.

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Scoperto il punto di origine dell’Alzheimer

29 aprile 2017 Lascia un commento

Scoperto il punto di origine dell’Alzheimer, nasce nell’area dell’umore

La scoperta, tutta italiana, promette di rivoluzionare l’approccio alla “malattia del secolo”

Scoperto il punto di origine dell’Alzheimer, nasce nell'area dell’umore

La causa del morbo di Alzheimer non va cercata, come fatto finora, nell’area del cervello responsabile della memoria, ma sarebbe dovuta alla morte dei neuroni presenti in una delle zone che governa anche i disturbi dell’umore. La scoperta, tutta italiana, che promette di rivoluzionare l’approccio alla ‘malattia del secolo’ è il risultato di uno studio pubblicato sulla rivista Nature Communications. Coordinata da Marcello D’Amelio, professore associato di Fisiologia Umana e Neurofisiologia presso l’Università Campus Bio-Medico di Roma, la ricerca getta una luce nuova su questa patologia che, solo in Italia, colpisce circa 500-600mila persone. Finora si riteneva che, a causare l’Alzheimer, fosse una degenerazione delle cellule dell’ippocampo, area cerebrale da cui dipendono i meccanismi del ricordo.

Una scoperta importantissima

La nuova ricerca invece, punta l’attenzione sull’area tegmentale ventrale, dove viene prodotta la dopamina, neurotrasmettitore coinvolto anche nei disturbi dell’umore. Come in un effetto domino, la morte di neuroni deputati alla produzione di dopamina provoca il mancato arrivo di questa sostanza nell’ippocampo, causandone il “tilt” che genera la perdita dei ricordi. L’ipotesi è stata confermata in laboratorio, somministrando su modelli animali con Alzheimer, due diverse terapie: una con un amminoacido precursore della dopamina (L-DOPA), l’altra a base di un farmaco che ne inibisce la degradazione. In entrambi i casi, si è registrato il recupero della memoria insieme a un pieno ripristino della motivazione.

Cambiamenti dell’umore non collegati all’Alzheimer

“L’area tegmentale ventrale – chiarisce D’Amelio – rilascia dopamina anche nell’area che controlla la gratificazione. Per cui, con la degenerazione dei neuroni dopaminergici, aumenta anche il rischio di andare incontro a una progressiva perdita di iniziativa”. Questo spiega perché l’Alzheimer è accompagnato da un calo nell’interesse per le attività della vita, fino alla depressione. “Perdita di memoria e depressione – sottolinea D’Amelio – sono due facce della stessa medaglia”. Tuttavia, diversamente da quanto finora ritenuto, i cambiamenti dell’umore non sarebbero conseguenza dell’Alzheimer, ma un ‘campanello d’allarme’ del suo inizio. Pur essendo ancora lontana una cura, i risultati suggeriscono che terapie future, tanto per l’Alzheimer che per il morbo di Parkinson, anch’esso causato dalla diminuzione dei neuroni che producono dopamina, potrebbero concentrarsi su un obiettivo comune.

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